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Uomo vs Macchina: i disegni di R. ed E. Bouroullec

Le opere di design dei fratelli Ronan ed Erwan Bouroullec sono il risultato di un incontro tra menti che dura da più di vent’anni. Parallelamente a questo lavoro, ciascuno dei due designer è diventato famoso per le proprie opere d’arte, che producono in modo indipendente. Queste opere che offrono uno scorcio della dimensione più intima di Ronan ed Erwan, dei loro interessi, dei loro pensieri e del loro atteggiamento verso la vita. Abbiamo parlato con i designer riguardo ciò che li spinge a creare questi lavori

Designers Ronan and Erwan Bouroullec
Interview Rosa Bertoli

Ronan Bouroullec

 

ROSA BERTOLI: Quando ha iniziato a creare questo linguaggio visivo?

RONAN BOUROULLEC: Disegno da sempre; ho iniziato a disegnare quando ero molto piccolo, come tutti d’altronde. Penso di aver avuto circa 10 anni quando ho capito quanto il disegno rappresentasse per me un linguaggio. Era chiaro che lo fosse. Sono cresciuto in campagna e passavo parecchio tempo da solo, anche se avevo un fratello, di cinque anni più giovane di me. Così giocavo a tennis e a calcio contro il muro, e il disegno è diventato quello che in francese chiamiamo un compagnon, una sorta di amico.

 

ROSA BERTOLI: Ricordo che anche io giocavo a tennis contro il muro quando ero bambina. Effettivamente è un’immagine alquanto evocativa quella che mi ha appena descritto. Quindi per lei il disegno era una forma di evasione?

RONAN BOUROULLEC: Era una forma di evasione e ho compreso molto rapidamente che era anche un piacere, un modo per combattere il nervosismo, l’angoscia. Disegnare è sempre stato un modo per fuggire, oltre che un piacere. Quando mi alzo al mattino inizio subito a disegnare e mi piace farlo durante i fine settimana. Tralasciando il fatto che sono claustrofobico, se mi imprigionassero ma avessi abbastanza spazio, una penna e dei fogli credo che potrei sopravvivere.

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ROSA BERTOLI: Guardando alcuni dei suoi disegni, ho subito cercato di immaginare l’atto della loro creazione, lei li fa sembrare il risultato di un processo piuttosto intuitivo e meditativo. Ho indovinato? È come creare una bolla in cui rifugiarsi?

RONAN BOUROULLEC: Sì, è un processo spontaneo, per questo faccio fatica a parlarne. È davvero qualcosa di assolutamente non pianificato. Quando inizio un disegno non penso mai al risultato finale. È come usare l’argilla: una linea e poi un’altra linea che passo dopo passo si sovrappongono, come un sedimento. Un po’ come lavorare a maglia. Sono elementi che si aggiungono e creano qualcos’altro, poi arriva un’altra linea o un’altra forma, in un processo estremamente organico. Per me è chiarissima l’assenza di un piano. E di solito è molto complicato mantenere questo aspetto ingenuo. Matisse mi suscita molto interesse, è sempre stato un esempio per me, ma non parlava molto dei suoi lavori. A suo dire, cercava di conservare una certa ingenuità nel suo modo di lavorare e nel mio caso questa è la cosa più difficile da fare quando si disegna da 40 anni.
La stessa cosa vale per il design: ogni giorno si deve lottare per mantenere una certa distanza, per non specializzarsi troppo. Perché così è facile annoiarsi, e il lavoro perde tutta la sua freschezza. Non ho fatto vedere i miei disegni prima perché, da designer, mi sentivo sempre in dovere di spiegare perché disegno. Sa bene quanto alle persone piaccia rinchiuderti dentro un perimetro; quando fai qualcosa tutti si aspettano che tu rispetti in modo preciso ciò che la tua disciplina presuppone. E poi Instagram ha ribaltato la situazione. Instagram mi interessa molto; sono un tipo molto visivo e scatto foto ogni giorno. Instagram per me è un mezzo interessante per mostrare i lavori, come qualcuno che fa i graffiti in una metropolitana. Keith Haring, parlando del motivo per cui faceva graffiti nella metro, ha spiegato che in un solo giorno il suo disegno poteva essere visto da 300.000 persone. Con Instagram è esattamente la stessa cosa. C’è immediatezza, la possibilità di condividere qualcosa con molte persone; per me è ancora più interessante di una mostra in una galleria.

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ROSA BERTOLI: Ed è proprio il mezzo che ha trasportato i suoi disegni da una dimensione intima al mondo esterno. Anche a me, come a molte altre persone, guardarli suscita molta gioia e quindi non mi stupisce l’interesse scaturito dal fatto di averli mostrati in questo modo. Ma capisco che, essendo il risultato di un momento personale di evasione, aspettative di questo tipo possano provocare una certa pressione.

RONAN BOUROULLEC: A volte faccio un disegno e magari sono ubriaco, scatto una foto, la posto su Instagram… e il mattino dopo mi dispero perché trovo il disegno terribilmente brutto. È interessante come questo apra una porta a 200.000 spettatori. Ma penso che l’interesse verso il mio account Instagram per alcune persone derivi dal fatto che non è calcolato. E sono felice che sia così. Condividere un disegno o un prototipo mi fa molto piacere.

 

ROSA BERTOLI: Le sue opere visive e i suoi lavori di design sono piuttosto distinti e provengono da luoghi diversi; si sovrappongono mai? Si influenzano?

RONAN BOUROULLEC: Probabilmente. Ma non so esattamente come descriverlo. Il design mi interessa molto, nel fatto che una buona idea dovrebbe funzionare in modo spontaneo, ed essere condivisibile in un modo interessante e a un buon prezzo. Vengo da una famiglia molto semplice, i miei amici d’infanzia non sono persone ricche e io sono felice di poter progettare oggetti che loro stessi possono mettere in giardino. Ma è anche un processo molto frustrante; il design è un percorso molto lungo che va dall’idea iniziale alla vetrina del negozio in cui il prodotto verrà venduto. Sono anni e anni di lavoro. Prima devo litigare con mio fratello, poi devo litigare con l’ingegnere, in senso buono. Mi piace questo lavoro collettivo. Ma è lungo e ogni giorno ho bisogno di trovare tranquillità, sapendo di aver fatto qualcosa di cui sono soddisfatto, che sia un disegno, un modello dimostrativo, una fotografia. Se ho qualcosa in grado di calmarmi, mi sento più felice.

 

ROSA BERTOLI: Un momento immediato di creazione.

RONAN BOUROULLEC: Sì. Ne ho bisogno. E il disegno è, ovviamente, la forma più… Non direi “pura”, è difficile fare un bel disegno, ma è il modo più facile di fare qualcosa di immediato. Mi basta un pezzo di carta, non importa di che qualità, non mi importa il tipo di penna, va bene anche una penna a sfera presa a un distributore di benzina.

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ROSA BERTOLI: I suoi disegni sono astratti, ma se li si guarda da vicino si riconoscono alcune consistenze, forme familiari, dei materiali, cose che non li rendono più così astratti. Come li vede lei? Si domanda mai se sono astratti o figurativi.

RONAN BOUROULLEC: No, non mi importa. È molto interessante che le persone vedano delle cose nei miei disegni e sono molto felice per loro (ride). Non essendo una cosa programmata, non voglio disegnare un corpo o un fiore o una pianta, ma tu ci puoi vedere una pianta, puoi vedere una parte del corpo, puoi vedere qualcosa di sensuale, puoi vedere il mistero, puoi vedere la paura a volte. Quindi non so se sono astratti o meno, alcuni forse lo sono più di altri, ma è vero che spesso riusciamo a vedere un oggetto al suo interno o un volume, è qualcosa di aperto ma, ripeto, non pianificato. Disegnare è automatico, spessissimo è una stessa cosa che si ripete. E Matisse diceva di fare la stessa cosa, era il suo modo per evadere. Anche per me è così: quando faccio un disegno mi perdo completamente e quando il disegno è quasi finito non ricordo cosa è successo in quei 20 minuti o in quell’ora.

 

ROSA BERTOLI: E come finiscono? Li ritiene terminati quando riempie tutto il foglio o quando ottiene la forma che le piace?

RONAN BOUROULLEC: A volte finiscono perché devo cucinare per la mia famiglia (ride). Ciò che è abbastanza interessante è che disegno in mezzo alla mia famiglia, magari su un tavolino, perché non voglio sentire la pressione di dover fare qualcosa di importante; voglio mantenere la freschezza di una cosa che non è stata organizzata. Se avessi un atelier probabilmente diventerei uno specialista, organizzerei le mie matite e sceglierei i miei colori. Non voglio che sia così. Ovviamente nel corso degli anni ho fatto più tipi di disegni diversi e c’è una gamma di colori che apprezzo, ma sono attorno a me, completamente in disordine, e generalmente prendo la penna più vicina e inizio.

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ROSA BERTOLI: Immagino che la gente le faccia molte domande sui suoi disegni; qual è la cosa più strana che le è mai stata detta riguardo i suoi disegni o le cose che magari l’hanno sorpresa?

RONAN BOUROULLEC: Sono un tipo piuttosto solitario e c’è sempre questo mezzo che è Instagram attraverso il quale posso farli vedere. Ho fatto due o tre mostre, proprio su questi disegni. Non sono andato all’inaugurazione e su Instagram non ho risposto alle domande. Ovviamente a volte leggo i commenti, ma non mi importano più di tanto. È abbastanza difficile continuare a disegnare con una certa semplicità. Lo faccio seriamente, non dico di non essere serio. Ma è anche complicato, perché non voglio ripetermi e questo è un timore che ho in tutto il mio lavoro in generale. Ma per i disegni, mi limito a continuare a farli. Tutto qui.

 

Disegni di Ronan Bouroullec realizzati tra il 2018 e il 2020.

Erwan Bouroullec

 

ROSA BERTOLI: Come chiama le sue opere? Come le definisce?

ERWAN BOUROULLEC: Per me, fanno parte del mondo delle immagini. Intendo che appartengono a una semplicissima espressione di movimento e colori. Ma in un certo senso sono collegati alla nostra attività di design e al fatto che ho studiato coding per alcuni anni. Dietro al coding ci sono molte regole piuttosto simili a quelle del design, perché sostanzialmente si può dire che il design consiste nel ripetere in modo abbastanza chiaro un certo numero di passaggi. Esiste un modo di progettare una sedia o una lampada: si stabilisce un protocollo molto chiaro. E il coding è esattamente questo: si hanno numeri e regole semplici, perché non si chiede al computer di sognare. Ma la cosa affascinante è la magia dei numeri; si può chiedere a un computer di lavorare a un milione di fasi e probabilmente lo farà in pochi secondi o anche meno.

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ROSA BERTOLI: Da dove viene questo interesse per i numeri e il coding?

ERWAN BOUROULLEC: Tanto tempo fa, durante gli studi, ho fatto un corso sulla teoria del caos e letto un libro di James Gleick. Ho trovato qualcosa di molto interessante nella sua descrizione: negli anni ‘60 e ‘70, l’informatica degli albori rivelò alcune parti nascoste della scienza. C’era molto di irrisolvibile nella matematica, a causa di risultati poco chiari. Ma passo dopo passo, iniziando a utilizzare il computer, fu possibile vedere una sorta di struttura nel risultato. E questo ha fatto in modo che gli scienziati in un certo qual modo comprendessero le regole della natura attraverso il caos. Questa cosa mi è rimasta in testa. Dietro questi disegni c’è un’ispirazione pittorica molto semplice, che impone una sorta di protocollo creato da un software. Ho studiato e ho sempre nutrito un forte interesse nelle arti concettuali. Prendiamo, ad esempio, le opere di Sol Lewitt: fondamentalmente si stabiliscono alcune regole e le si ripetono. Ma, di nuovo, ciò che fa la differenza nel caso di Sol Lewitt è il fatto che ripeta queste regole per moltissime volte, ripete la sequenza ancora e ancora e ancora… E questo è ciò che faccio io con il software.

 

ROSA BERTOLI: Quando ha sviluppato il suo interesse per il coding, come ha scoperto di poter utilizzare questo metodo per creare dei dipinti?

ERWAN BOUROULLEC: Stavo cercando un modo per spiegare cose come la luce proveniente dal sole, e ci sono moltissime informazioni che il nostro corpo può recepire semplicemente guardando e comprendendo il movimento della luce, oppure il vento o piccoli rumori, per comprendere l’ambiente circostante. E questi disegni nascondono le informazioni all’interno del disegno stesso: offrono un chiaro senso di proporzione e movimento, la presenza di colore. Sono estratti dalla realtà, qualcosa che si può vedere in un battito di ciglia. Sono nati così. [Nei disegni con i puntini] si vede che ci sono dei cerchi neri che formano il disegno e dei punti verdi, e che il cerchio nero cerca evitare di incontrare il punto verde, cambiando direzione. E questa è diventata la storia di questi disegni. Non è altro che uno dei primi coding che ho fatto, poi ci ho lavorato nuovamente durante il lockdown ed è divertente perché ciò che si vede è che quando la linea cerca di evitare i punti verdi, crea anche una piccola attrazione. Il fatto di averlo creato durante il COVID per me ha molto senso. Si gira qua e là, si cerca di rinunciare a molte delle proprie abitudini, ma allo stesso tempo ci si sente costantemente attratti da esse.

 

ROSA BERTOLI: Imita la natura umana.

ERWAN BOUROULLEC: Sì. Ma hanno anche una natura diversa. Creo sempre nuovo software e mi sento molto a mio agio a lavorare in questo campo. È dispendioso in termini di tempo, ma bello.

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ROSA BERTOLI: Cosa significa per lei creare?

ERWAN BOUROULLEC: Fondamentalmente è la creazione di alcune regole. Ma nei miei disegni originali [con le linee dritte colorate], ho estratto quelle linee da foto che avevo scattato. Quindi so esattamente cosa sta dietro a ciascuna immagine, da dove vengono le informazioni. Quindi il software funge da strumento. Non è molto diverso dalle opere di Jackson Pollock, quando decise di creare le sue opere applicò semplicemente delle regole: aprire la latta, far gocciolare la pittura. Ciò di cui si ha bisogno quando si fa qualcosa del genere è avere estrema fiducia nel processo stesso. Ed elaborando i numeri, si scoprono cose di cui si ignorava l’esistenza. La sovrapposizione delle linee significa davvero creare una natura che si fa fatica a immaginare. E mano a mano che le linee si incrociano, credo che riflettano la realtà in cui viviamo. Quella sovrapposizione di connessioni e la creazione di una sorta di materialità che noi sentiamo ma di cui non siamo completamente consapevoli. In un certo senso, potrebbe essere come il vento in forma digitale: qualcosa che si percepisce ma non si vede. Credo sia contemporaneamente un quadro e anche un’opera un po’ concettuale.

 

ROSA BERTOLI: È interessante ciò che dice in merito al sentire ma non essere in grado di vedere chiaramente. Più guardavo i suoi quadri, più mi immergevo in essi ed ero in grado di riconoscere qualcosa di familiare; in alcuni si vede la natura, altri sono fiori, altri non so bene cosa siano ma realizzo che è qualcosa che esiste nel mondo. Poi c’è questa astrazione, che mi fa quasi dubitare che quello che vedo sia ciò che penso di vedere. Quindi le immagini giocano degli scherzi interessanti all’osservatore e non so se era sua intenzione oppure se è stato semplicemente il risultato: anche a lei questi quadri danno la stessa impressione?

ERWAN BOUROULLEC: Essendo un designer, osservo continuamente le persone e le cose che mi circondano. Perché credo davvero che uno dei ruoli principali del design sia creare una cultura. Sicuramente risponde anche ad alcune esigenze, come sedersi, dormire, bere e così via. Ma sappiamo anche che gran parte dell’attività consiste nel ripetere costantemente alcuni archetipi e che uno dei nostri grandi obiettivi è creare e stimolare una cultura. Quello che faccio attraverso il quadro è cercare di trovare un modo diverso di guardare il mondo e le informazioni che mi sono state fornite. Alcuni dei quadri vengono da un mercato del pesce in Corea, un enorme mercato ittico a Seoul che è un mix di colori naturali e colori del tutto artificiali. Il mercato ittico era tutto questo: pesci, polpi, tutti i tipi di frutti di mare, alghe, blu, grigi, verdi. In più, ci sono etichette, contenitori di plastica, schermi, persone al lavoro con indosso guanti arancioni… elementi che creano un ambiente visivo non molto diverso da una giungla, in cui si vede ogni cosa ma non vi è modo di ricapitolare il tutto, non si riesce a dare una definizione o tracciarne un disegno. Si ha la sensazione di essere dentro qualcosa di più grande di noi.
Quindi questi disegni cercano ricreare la sensazione di molteplici informazioni attorno a noi, creando in effetti sensazioni molto forti. Quando le persone ci si trovano davanti, ci si immergono letteralmente. Ciò che mi piace molto è che l’estrema definizione fa sì che anche quando si è vicinissimi non si possa comunque stabilire il numero di linee, non se ne può comprendere la trama. Questo, per me, è come la natura della realtà. Mi piace questa lettura concettuale, questo modo di capire la realtà. Cercare di esprimere le informazioni sovrapposte che riceviamo nel nostro mondo digitale. Sto creando tantissimi arredi sociali con lo studio Bouroullec usando forme circolari e qui, in un certo senso, cerco anche di comprendere cosa farebbe un cerchio, quali tipi di forme vengono mostrate, trovare la forma della natura del nostro movimento.

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ROSA BERTOLI: Quindi c’è un collegamento tra le sue opere di design e la sua arte visiva.

ERWAN BOUROULLEC: Sì. Sono molto felice che le persone sappiano che questi disegni provengono da un designer. Se fossi un bravo artista, non sono sicuro che farei lo stesso. Credo che se si legge il mio lavoro attraverso la prospettiva del design, lo si possa comprendere: è la magia dei numeri che si ripetono, e i numeri che si ripetono sono a loro volta la magia del design stesso.

 

ROSA BERTOLI: Il design è un processo estremamente collettivo: lei lavora in studio con suo fratello, lavora con i clienti, lavora con le persone che si occupano dello sviluppo del suo progetto. E l’arte è una dimensione molto più intima: lei trova tale dualità in questi due elementi del suo lavoro?

ERWAN BOUROULLEC: Non trovo esattamente una dualità e non trovo alcuna opposizione. Posso fare tutto insieme. Non è che i disegni appartengono a un certo periodo della mia vita e il design a un altro. Non vedo differenza nell’attività di per sé, ma vi è un’enorme differenza nel mezzo. Alcuni di questi quadri possono fare anche un po’ paura; non sono così delicati, possono essere affascinanti e credo che il design dei prodotti quando si creano oggetti di vita quotidiana non sia il mezzo migliore per esprimere un certo tipo di sensazioni. Quindi c’è una libertà all’interno di un disegno che riguarda l’uso della struttura, delle sfumature, dei colori. Ma non vedo una diversa energia.

 

ROSA BERTOLI: Quali sono gli strumenti che utilizza e quanto sono importanti nello sviluppo delle opere?

ERWAN BOUROULLEC: Io mi occupo della codifica iniziale e poi lavoro con un programmatore professionale, perché alcuni disegni hanno più di un milione di linee e si ha bisogno di un software molto solido. Il concetto iniziale e le regole base però li creo io stesso. Una delle cose che abbiamo sempre fatto in studio è imparare direttamente la tecnica: sono in grado di costruire quasi tutti i prototipi nello studio Bouroullec, ogni pezzo d’arredamento che abbiamo fatto. Nessuno di noi è un artigiano professionista e dopo aver imparato siamo in grado di creare alcuni dettagli semplici e chiari. Perché quando si diventa un artigiano di altissimo livello si è in grado di creare cose meravigliose ma a volte in questo modo si perde un’interpretazione più facile, comune. Quindi il motivo per cui realizzo io stesso il coding è proprio per essere in questa fase di principiante. Il mio coding non è di alto livello. Cerco solo di fare delle cose molto semplici, si può facilmente decodificare come è stato codificato. Per me è estremamente importante fare le cose da solo, ma sono anche un pessimo programmatore, quindi cerco continuamente di mantenermi a un livello di interpretazione semplice. Questo è ciò che si collega all’arte, perché si può dire che l’arte è il più delle volte una pratica sottotono, chiunque è in grado di capire che è fatta da qualcuno ed è fatta per gli altri. E non si hanno livelli intermedi. Codificare significa creare.

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ROSA BERTOLI: E quando le opere vengono stampate, come le trasforma da digitali a fisiche?

ERWAN BOUROULLEC: È molto importante stamparle in grande formato, in modo che diventino un panorama all’interno del quale ci si possa immergere. Quando ci si trova di fronte a esse, le si può veramente vivere. Passo ore e ore davanti al computer per creare queste linee, ma sono anche felice del loro background concettuale. Io non tengo le stampe, perché per me vivono nel mondo digitale; quando le stampo le guardo per un’ora prima che svaniscano, come l’aria. Sono sempre stato attratto ai dipinti su tela: ci sono alcuni pittori che sono stati importanti per me, come Sigmar Polke, Georg Baselitz. Ma a volte sono anche attratto da quadri più romantici, come quelli di Caspar David Friedrich – sono molto incasinato [ride]. Nel secolo scorso l’arte ha cercato dei modi di rappresentare la realtà: è quello che imparavo da bambino, ho imparato le tecniche artistiche da ragazzo, mi sono confrontato continuamente con molte forme d’arte e nell’arte valuto le emozioni tanto quanto il pensiero concettuale.

 

ROSA BERTOLI: Mi piace il fatto che lei possa trarre ispirazione da numerosi tipi di arte e penso che il fatto che crei arti visive dal punto di vista di un designer le dia anche la libertà di non dover essere per forza “inquadrato”.

ERWAN BOUROULLEC: Come designer abbiamo sempre l’esigenza di fare un passo indietro rispetto alle emozioni, poiché i nostri progetti si sviluppano durante un periodo lungo. Credo che gli oggetti debbano creare cultura, ma non possono fare troppo rumore. Questo è un modo per trasmettere qualcosa di molto diverso.

 

Immagine 1: Terrain, del 2019. Immagine 2 e 4: disegni senza titolo, del 2020. Immagine 3: Pile, del 2019. Tutti di Erwan Bouroullec.

Designers Ronan and Erwan Bouroullec
Interview Rosa Bertoli

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